La grande guerra - Il maggiore

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Testo: La grande guerra - Il maggiore
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Come mai questo rumore nella serratura della porta, a quest’ora poi, metà pomeriggio: di solito il nonno rientra più tardi. Invece è proprio lui e fatto ancora più strano non è solo. E’ in compagnia di un uomo più giovane, e ha con sé una bottiglia di vino. Veramente inspiegabile e mai accaduto prima. I due hanno qualcosa da dirsi e vanno nella camera del nonno dalla quale l’uomo più giovane esce poco dopo, reggendosi una guancia appena colpita da uno schiaffo del nonno che lo incalza gridandogli qualcosa contro riguardo a una persona che lui non poteva conoscere e tantomeno sapere chi fosse stato veramente: il maggiore. Quello si scusava, si rivolgeva al nonno chiamandolo mastro e spergiurava che lui lo conosceva veramente il maggiore. Il nonno si convinse quando chiese il nostro numero di telefono, aggiungendo che avrebbe fatto telefonare, nei giorni seguenti, dal maggiore stesso. Il nonno si rabbonì, gli offrì soltanto allora, un bicchiere di vino.

Il giorno dopo la telefonata ci fu veramente: dovreste vedere il nonno. Completamente sopraffatto dall’emozione, dall’altro lato si sentiva gracchiare forte una voce dall’inconfondibile accento meridionale, si commosse quasi e sembrava tornato a essere il fantaccino di tanti anni prima, durante la grande guerra. Rispondeva a monosillabi, quasi stesse ricevendo degli ordini, in modo marziale, come doveva essere accaduto allora, al tempo della trincea.

Se due persone che bevono, vivono sotto lo stesso tetto, ciascuno dei due avrà la ferma convinzione che il vero ubriacone sia l’altro. Papà che riusciva ad avere un’aria così irrimediabilmente annoiata, stava seduto al tavolo davanti alla televisione spenta. Si gustava ora la tirata dalla sigaretta, ora il sorso di vino quando arrivò il maggiore. Il nonno lo attendeva sulla porta quasi contrito per quell’ansimare che proveniva dalle scale, poi finalmente s'incontrarono. Il maggiore era un omone, anche se più anziano del nonno indossava con eleganza un cappotto di cammello di ottima fattura, sotto di quello, un vestito che si vedeva era di sartoria, scarpe che scricchiolavano ai piedi e i capelli ancora rasati al modo della caserma. Ciò che attirò l’attenzione di papà era la bottiglia di cognac coperta con della carta, che il maggiore stringeva tra le mani.

Il nonno, il maggiore e l’uomo dell’altro giorno che si era mostrato persona di parola, si ritirarono nella stanza del nonno dove io e i miei fratelli facemmo la ruvidissima conoscenza di cotanto uomo che emanava un odore fortissimo di acqua di colonia e distribuiva a noi, pizzicotti sulle guancie e amichevoli sonori scappellotti. I tre se ne stettero bevendo: ogni tanto le voci si alzavano intramezzate da silenzi che davano la stura a certe nenie appena sussurrate di quel tempo delle giberne e dell’elmetto, delle maschere antigas, della baionetta e delle bombe a mano, della fedeltà assoluta. Insomma fecero un bel po’ di chiasso. Papà portò pazienza ma quando vide entrare l’uomo più giovane che portava la seconda bottiglia di cognac, ruppe gli indugi e si alzò, andò nella stanza del nonno e proclamò ufficialmente la fine delle ostilità, che la guerra era finita da un pezzo e non avrebbero bevuto più un goccio, dentro casa nostra. La riunione finì così che quasi faceva sera, con il maggiore respinto alla fermata del tram.

La grande guerra - Il maggiore testo di davi55
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